Pirelli Annual Report 2024 - Turning points

Tommaso Pincio

Post

Come tutti, ogni tanto penso a Travis Bickle. Penso naturalmente al momento in cui Travis imbocca una china senza ritorno. Ha provato a combattere l’insonnia facendo il tassista di notte, ma non è servito. Ha provato a confidare i suoi problemi a un collega, ma non è riuscito a spiegarsi. Ha provato a uscire dalla solitudine invitando una ragazza al cinema, ma siccome è un disadattato, un reduce del Vietnam, un giovane che non ha mai imparato a vivere, l’ha portata a vedere un film pornografico – probabilmente il solo genere di film che lui conosca – e la ragazza non ha voluto più niente di lui. Alla fine non gli è rimasta che la grande città, la New York notturna di mezzo secolo fa, un luogo sporco e crudo, violento, “una fogna a cielo aperto,” come la chiama lui, con delinquenti e sbandati a ogni angolo di strada e uno schifo che spesso prende Travis alla gola, lasciandolo con la voglia che qualcuno tiri lo sciacquone e ripulisca tutto. Il giovane tassista è passato così a una soluzione molto americana. Si è comprato un’arma, anzi più d’una – pistole di ogni tipo, un arsenale intero – e ora è in casa, fa pratica davanti allo specchio. Immagina di incappare in un esemplare della feccia di New York e sfodera la pistola prima che il malintenzionato possa muovere un dito. È questo il momento a cui, come tutti, ogni tanto penso. Il momento in cui Travis guarda lo specchio e dice, per tre volte, You talkin’ to me?

In base a una classifica stilata una quindicina di anni fa è il quarto miglior momento della storia del cinema, il che ne fa un momento entrato nell’immaginario di tutti, un momento che tutti hanno visto e rievocato più volte, durante una conversazione o nei propri pensieri. Non ricordo con esattezza quando ho visto Taxi Driver per la prima volta. Di sicuro non quando uscì nelle sale, nel 1976, perché non avevo l’età. Ma comunque non molto tempo dopo. Nei primi anni ‘80 probabilmente. Da allora il modo in cui ho pensato a quella scena è via via cambiato, sia perché sono cambiato io, diciamo pure invecchiato, come tutti, sia perché sono cambiati i tempi. All’inizio i cambiamenti sono stati lenti e impercettibili, tanto da non sembrare rilevanti. Erano più che altro una patina che attenuava la grana ruvida, tipica di quel periodo, e l’immagine di New York, sempre meno selvaggia, sempre più gentrificata. Finché, come quel personaggio di Hemingway che spiega di essersi rovinato prima poco a poco e poi all’improvviso, il momento in cui Trevis dice You talkin’ to me? ha avuto di colpo una brusca sterzata, se non una vera e propria inversione di marcia, un ribaltamento totale.

Tommaso Pincio

Illustratrice Elisa Talentino

Nel mondo di oggi, la dimensione più naturale in cui un momento di quel tipo potrebbe prendere forma e manifestarsi non è più il cinema, sono i social. Nel mondo di oggi, è altamente più probabile, e per certi versi anche più logico, che You talkin’ to me non sia la scena di un film destinata col tempo a diventare iconica – per dirla con un aggettivo che negli anni ‘70 nessuno si sarebbe sognato di usare con disinvoltura – bensì un video autonomo di pochi minuti che, in altrettanti pochi minuti, va virale su Instagram o TikTok o entrambi contemporaneamente. In buona sostanza, un post.

Per capire che in questo mutamento è in gioco molto di più che un semplice cambio di media, basta soffermarsi su un dato: secondo una recente indagine controlliamo lo schermo del nostro schermo ogni quindici minuti circa e passiamo oltre due ore al giorno a scorrere contenuti di natura disparata, perlopiù effimeri e insulsi e soprattutto non scelti da noi, bensì da algoritmi pensati per tenerci agganciati. Il vecchio adagio per cui il media è il messaggio offre un’idea solo parziale della svolta epocale in corso. Qual è infatti il media attuale? Pensare che siamo semplicemente passati da una forma di intrattenimento a un’altra, da un linguaggio a un altro, dal cinema ai post, sarebbe a dir poco ingenuo.

Il momento e il personaggio in questione, il protagonista di Taxi Driver, sono più antichi del cinema. L’uomo portato da un precario equilibrio psichico alla solitudine, quando non proprio all’emarginazione o a una guerra segreta contro una società che detesta o quanto meno non capisce, è una figura che si afferma già in pieno Ottocento, con Delitto e castigo. Rodion Romanovič Raskol'nikov ha tutto o quasi tutto in comune con Trevis Bickle, salvo la città che lo schifa e che lui giudica uno schifo. Uno vive a San Pietroburgo, l’altro a New York. Ma entrambi sono giovani che rifiutano lo stato delle cose, l’andazzo di una società che ritengono ingiusta e corrotta. Presi dal loro malessere, dalla nausea per il mondo, si armano e commettono un omicidio simbolico. Uno elimina una vecchia usuraia, l’altro un protettore che sfrutta una ragazzina. Entrambi, in queste operazioni di giustizia sommaria, finiscono per uccidere anche altre persone che trovano sul posto. Che i due giovani facciano una fine diversa non è significativo. Restano uomini della stessa pasta, raccontano la medesima storia, ma soprattutto incarnano il medesimo tipo umano, un eroe al negativo che potremmo chiamare l’uomo del sottosuolo, figura centrale della cultura moderna. Anzi, per certi versi, l’uomo del sottosuolo è la figura moderna per eccellenza, quella dell’uomo controcorrente, del ribelle, dell’antiborghese, del maledetto, che da Caravaggio in poi – o meglio dalla riscoperta moderna di Caravaggio – ha segnato l’arte, la letteratura, il cinema e in parte anche il pensiero filosofico, con la nozione di superuomo Friedrich Nietzsche.

Tutto ciò per dire che intendere il post come un semplice mezzo di espressione contemporaneo e contrapporlo ai mezzi con cui ci si esprimeva in passato – al cinema, al romanzo, alla pittura – non definisce il salto epocale che stiamo vivendo. Proviamo quindi a tornare alle volte che ognuno di noi in media controlla lo schermo nel corso di una giornata. Quel serrato intervallo di quindici minuti non è soltanto impraticabile con i mezzi di un tempo; è semplicemente privo di senso. Guardare un film o leggere un romanzo ogni quindici minuti sono azioni impossibili e, se per assurdo non lo fossero, sarebbero comunque folli, mentre nessuno considera folle interagire con uno schermo più volte nello spazio di un’ora. A una simile paradossale considerazione si può certamente obiettare che gli schermi elettronici sono ormai un’estensione artificiale del nostro corpo; un’estensione che ci consente di restare in contatto con gli altri e con il mondo in generale superando le barriere fisiche. Si può sostenere cioè che gli schermi ci consentono di fare quello che abbiamo sempre fatto, solo su una scala diversa, più ampia, potenzialmente illimitata. Si può ribattere, insomma, che è sbagliato mettere in relazione un romanzo con l’uso costante che facciamo degli schermi, perché quando interagiamo con il nostro dispositivo non stiamo leggendo un libro o guardando un film. Almeno non sempre. Il più delle volte, quando siamo concentrati su uno schermo, stiamo comunicando qualcosa, ascoltando qualcosa, guardando qualcosa, informandoci su qualcosa e così via. In parole povere, siamo in contatto con il mondo. E non è forse vero che anche prima dell’avvento degli schermi portatili gli esseri umani erano in costante contatto con il mondo e potevano parlare con qualcuno o guardare qualcosa ogni quindici minuti o anche meno?

Quando siamo concentrati su uno schermo, stiamo comunicando qualcosa, ascoltando qualcosa, guardando qualcosa, informandoci su qualcosa e così via. In parole povere, siamo in contatto con il mondo.

Un simile argomento costituirebbe una confutazione plausibile se gli schermi fossero soltanto schermi, come quelli delle sale cinematografiche da cui il tassista Travis Brickle ci guardava chiedendoci You talkin’ to me? Peccato che non sia così. Gli schermi con cui intergiamo non sono soltanto schermi. Quando ce ne stavamo seduti nel buio di quelle sale, eravamo tutti ben consapevoli che, pur guardandoci negli occhi, Travis non parlava a noi, e nessuno tra noi, se non uno spettatore più pazzo di Travis, si sarebbe mai sognato di rispondergli. Se invece un Travis dei nostri tempi postasse un video simile a quel momento di Taxi Driver, le reazioni sarebbero innumerevoli nonché un esito scontato e auspicato.

Mi sono espresso in via ipotetica, ma in realtà non c’era bisogno di ricorrere a condizionali e congiuntivi. Accade ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. In ogni singolo secondo, su questo pianeta c’è una persona che parla a uno schermo pur non avendo nessuno davanti a sé, tranne che la propria immagine riflessa, per poi postare il video di quel monologo su uno o più social, dove altre persone lo guarderanno, lo giudicheranno ed eventualmente lo commenteranno, a volte con parole di stima o sostegno, altre volte con battute feroci, insulti, minacce. L’inizio di questo mondo nuovo ha una data precisa, il 7 giugno 2010, il giorno in cui Steve Jobs presentò l’iPhone 4, annunciandolo come “la più grande evoluzione dell’iPhone originale.” Molte novità di quel modello erano effettivamente un’evoluzione. Ve n’era una però che avrebbe cambiato i social network da poco nati – in particolare Instagram – e il modo in cui gli esseri umani si vedono. Mi riferisco all’introduzione della fotocamera anteriore, grazie alla quale l’obiettivo non era più soltanto un prolungamento del nostro occhio, una finestra aperta sulle cose. L’obiettivo poteva ora essere ribaltato e diventare anche l’occhio di un altro, di un fantasma, il surrogato di uno specchio. Sembra niente, un banale uovo di Colombo, eppure da quel momento niente è stato più come prima.

Quando si rievoca la comparsa della camera anteriore, solitamente ci si limita a misurare il suo impatto con l’avvento del selfie. I più arditi le imputano la morte della fotografia quale mezzo di rappresentazione della realtà e la sua trasformazione in quella che viene chiamata post-fotografia. Che la realtà sia diventata instagrammabile ovvero come qualcosa di malleabile, che non va accettato e rappresentato per come è, bensì adattato, modificato, migliorato, affinché risulti bello o susciti reazioni abbastanza positive da aspirare a diventare virale o generare engagement, come usa dire, non è questione semplicemente fotografica, ma una rivoluzione copernicana che stravolge il valore della verità e dunque il senso stesso dell’esistere.

A ben guardare, infatti, è un errore dire che le persone controllano i loro schermi una volta ogni quindici minuti. Ciò che davvero controllano è un dispositivo che assolve al tempo stesso funzioni di schermo e specchio. Pensare che i telefoni diventino specchi solo nel momento in cui azioniamo la fotocamera anteriore per scattare un selfie è pura illusione. Quel surrogato di specchio è sempre presente, come un fantasma in una casa infestata, e si manifesta in forme che trascendono la fotografia per arrivare alla matematica, agli algoritmi che ci profilano in base all’uso che facciamo del nostro schermo-specchio, per proporci contenuti sempre più somiglianti a noi o, più esattamente, all’idea migliore che abbiamo di noi, perché gli algoritmi non sono che un filtro bellezza aggiuntivo.

Ora che abbiamo riconosciuto nel nostro schermo un falso specchio proviamo a tornare a Travis Bickle e ai suoi predecessori, a Raskol’nikov, a Caravaggio, agli uomini del sottosuolo, ma anche agli uomini e alle donne in genere, gli uomini e le donne di un tempo, non in conflitto radicale con la società come Travis e i suoi simili; uomini e donne come tutti, come noi. Proviamo a immaginarli guardarsi allo specchio in media ogni quindici minuti come facciamo oggi noi coi nostri schermi. Se guardare un film o leggere un romanzo ogni quindici minuti è impossibile e senza senso anche solo in teoria, guardarsi allo specchio con la stessa frequenza sarebbe certamente folle, malato, ma non è affatto impossibile in teoria, e in fondo neanche senza senso. Più che soffermarci sul senso però, dovremmo chiederci quali mutazioni comporta guardarsi allo specchio ogni quindici minuti.

Per una coincidenza forse non soltanto casuale, questo intervallo è esattamente la durata della celebrità diffusa che Andy Warhol profetizzava negli stessi anni e nella stessa città in cui Travis Bickle faceva il tassista di notte: “Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti.” Aveva dunque ragione il maestro della Pop Art? Sì e no. La celebrità è in effetti alla portata di chiunque ormai, ma in un mondo in cui una celebrità effimera è alla portata di tutti, nessuno è più davvero celebre. Non come lo si era prima almeno. Nel mondo di Travis e a maggior ragione nei mondi precedenti, essere famosi voleva dire diventare un’immagine, e se c’è una cosa che indiscutibilmente ci differenzia da chi ha vissuto nei secoli andati è che soltanto una ristretta minoranza dei nostri antenati diventava immagine, e per giunta di rado, in occasioni eccezionali. Oggi, a prescindere dalla celebrità di ognuno, tutti siamo condannati a diventare o poter diventare immagine in qualsiasi momento. Ciò non può essere privo di conseguenze. Noi sapiens, come del resto ogni altra specie vivente su questo pianeta, non disponiamo di un occhio ribaltabile come gli obiettivi dei nostri telefoni. Vedere costantemente come si fatti è un’esperienza inconcepibile in natura. Per millenni gli esseri umani non hanno avuto immagini di sé. Potevano solo immaginarsi ovvero pensare di essere simili agli altri umani con cui vivono, un po’ come gli animali domestici danno a volte l’impressione di credersi simili agli umani che li hanno adottati. Se Travis e i suoi simili arrivavano a sentirsi diversi, se si esiliavano dalla società, era proprio perché avevano un’immagine parziale di sé stessi. Si guardavano intorno e, non avendo un’immagine costante di sé, pensavano di essere come gli altri. Quella somiglianza immaginaria era per loro una prigione, perché in fondo all’anima si sentivano diversi. Percepivano una differenza profonda, insanabile, che li portava a ribellarsi, ad andare contro, a condurre esistenze estreme, vedendo negli altri una minaccia.

C’è una frase in Memorie del sottosuolo di Dostoevskij in cui il protagonista sintetizza alla perfezione questa frattura: “Io sono solo, loro sono tutti.” Nel mondo delle fotocamere anteriori e dei post, proprio perché tutti siamo immagine, disponiamo di un’enorme quantità di informazioni che ci inducono a vederci più diversi dagli altri di quanto in effetti non siamo. Il che ci induce ad adottare strategie opposte a quelle di Travis e i suoi simili. Ci porta cioè a scansare le fratture, a cercare ricomposizioni continue, consenso, accettazione. Se sia un male o un bene è in fondo una questione oziosa. Del resto, biasimare il proprio tempo non ha mai prodotto grandi risultati. Di sicuro però è fondamentale avere consapevolezza dell’entità di questa rivoluzione copernicana per cui, anche se soli come Travis Bickle, si vuol essere come loro, come tutti.

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