Pirelli Annual Report 2024 - Turning points

Teju Cole

Orologio

Custode del tempo

Traduzione di Gioia Guerzoni

Mio padre viaggiava spesso per lavoro. Brasile, Corea del Sud, Danimarca, Inghilterra. Quando tornava, a volte dopo settimane, aveva sempre qualche regalo per me e i miei fratelli. Aspettavamo con la stessa impazienza lui e i suoi doni. Una volta ci comprò una magnifica edizione rilegata delle fiabe di Hans Christian Andersen, che per mesi fu il libro più prezioso in casa. Ma il regalo che ricordo di più di quel periodo, quando avevo tra gli otto e i dodici anni, era in realtà un altro, una cosa che non ho mai ricevuto e che forse non è mai esistita. Una volta, prima di partire per quello che sarebbe stato un viaggio particolarmente lungo – due mesi, se non ricordo male – mio padre ci chiese se avevamo qualche richiesta particolare. Come si formano i nostri desideri? Io avevo in mente un oggetto specifico, ma ancora oggi non so come mi sia venuta quell’idea. Volevo un orologio, ma non un orologio qualsiasi. Volevo un orologio con il quadrante bianco e il cinturino in pelle bianca. Mio padre promise di cercarlo. Così, dal momento in cui partì, iniziai a immaginarmi con quell’orologio. La delusione era inevitabile. Aveva cercato dappertutto ma non era riuscito a trovare l’oggetto che corrispondeva alla mia descrizione, disse. Era ancora più affranto di me. Lo immaginavo a correre da un aeroporto all’altro, da un negozio all’altro, nella speranza di portare a termine quella missione che sembrava uscita da un libro di fiabe.

Teju Cole

Illustratrice Elisa Talentino

Da grande, mi dicevo, comprerò un orologio con il quadrante bianco e il cinturino in pelle bianca. E fu così che, alla fine dell’adolescenza, qualche anno dopo aver lasciato la Nigeria ed essermi trasferito negli Stati Uniti, mi comprai un orologio più o meno così. La mia sete fu placata per un breve periodo , ma l’esperienza era stata banale e l’avevo dimenticata in fretta, come spesso succede quando interpretiamo troppo alla lettera i sogni dell’infanzia. Da allora, gli orologi sono entrati e usciti dalla mia vita e per lunghi periodi non li ho portati proprio. Ogni tanto ero tentato da un orologio costoso, e un paio di volte ho anche assecondato la mia tentazione. Ma non ero veramente io. L’orologio che ho comprato otto anni fa non era economico, ma nemmeno costoso. Faccio questa distinzione perché la parola “economico” suggerisce qualcosa di scadente, usa e getta. Questo mio orologio – chiamiamolo il Secondo Orologio, perché è diventato più significativo di quello che sognavo da bambino – era un oggetto solido, ben progettato, prodotto da un piccolo fabbricante belga. Non costava molto, nell’ordine di qualche centinaia di dollari, e sarebbe costato ancora meno se non l’avessi comprato a Oslo, dove c’è sempre un sovrapprezzo per il piacere di fare acquisti in valuta locale. Il cristallo formava una curva delicata sulla smussatura, il quadrante era nero, le lancette sottili e bianche, e i quadranti secondari avevano raffinati dettagli in arancione e verde bosco. Il cinturino era l’unica nota deludente: semplice pelle nera senza cuciture visibili, con una finitura che lo faceva sembrare di plastica. Poco tempo dopo, in un negozio di orologi di Cambridge, nel Massachusetts, ho trovato un cinturino migliore, verde cacciatore.

Due anni dopo, in un pomeriggio a Tolosa, forse per la grandeur di Saint-Sernin, una delle basiliche più belle del mondo, o forse per l’attenzione ai dettagli delle sue sculture romaniche, mi convinsi a sostituire il cinturino verde del Secondo Orologio con uno in pelle di vitello blu marino, una sfumatura così intensa che sembrava quasi nera. Grazie a quella piccola modifica l’orologio aveva preso vita. Ero consapevole di averlo al polso e per la prima volta mi rendevo conto di come stesse collezionando storie: Anversa, Oslo, Cambridge, Tolosa: come una moneta passata di mano in mano.

Durante la pandemia mi arrivò un pacco. Era una consegna inaspettata che arrivava da Santa Fe, nel Nuovo Messico. Una volta avevo detto a un mio amico, David, che mi piaceva il suo orologio. Non costa molto, aveva detto. Era prodotto da un’azienda famosa, non Citizen, non Seiko, ma hai capito il genere. E poi David mi aveva comprato e spedito l’orologio. Ero commosso. Aveva un quadrante bianco sporco e uno stile che ricordava i cronografi classici: cassa e lunetta in acciaio inossidabile, tre quadranti secondari, una corona prominente, una coppia di pulsanti lucidi. Voleva farci pensare al Rolex Daytona di Paul Newman? Forse sì, ma in un gesto di umiltà, o di plausibile negazione, l’orologio era stato dotato di un cinturino in pelle marrone. E così era arrivato il Terzo Orologio: un dono inaspettato, un atto di grazia. Costava meno di cento dollari.

Ora sono nella fase della vita in cui non esco di casa senza un orologio da polso. Mi sento nudo senza. Di certo non controllerei l’ora sul telefono in un’aula o durante una riunione, mi sembrerebbe maleducato. Il Secondo Orologio era quello che indossavo quasi tutti i giorni, sobrio ed elegante con il suo quadrante nero e il cinturino blu marino. Il Terzo Orologio era per le occasioni che richiedevano leggerezza, per una camicia di lino bianca, per la brezza di una serata estiva. Desideri: tengo sotto controllo il mio desiderio di avere un Glashütte. Non è sparito, ma non è più così intenso. Non voglio mettermi a criticare gli orologi costosi, perché rappresentano comunque una forma di narrazione. Ma due estati fa ero su rue Vaugirard, nel 15esimo arrondissement, dove si respira la vita meno turistica della città, anche se la Torre Eiffel si intravede praticamente da ogni strada. Il Secondo Orologio aveva bisogno di una batteria nuova. Mi fermai a una piccola horologerie-bijouterie in un edificio dalla facciata bianca e chiesi alla signora, nel mio francese scarso, se fosse possibile cambiarla. Mi guardò con aria scettica, non tanto per il lavoro da fare ma per me. Mi disse di tornare di lì a un’ora. Quando entrai nel negozio, lei non c’era, ma il tecnico era tornato dalla sua pausa ed era seduto a un tavolo basso. Mi accolse con calore, come se mi stesse aspettando. Gli spiegai di cosa avevo bisogno, gli mostrai l’orologio e lui annuì sorridendo. Mi disse che ci avrebbe messo più o meno cinque minuti. Devo tornare tra poco? chiesi. Non, non, asseyez-vous, s’il vous plaît. Così mi sedetti di fronte a lui e lo guardai lavorare, grato per un invito che mi sembrava un privilegio. Il tempo sembrava sospeso in quel negozio, come c’era da aspettarsi. Erano davvero solo cinque minuti? Non parlavamo. Era come essere scivolati in un sogno. Potevano essere dieci minuti o un anno. Da allora ci penso sempre.

Aveva un viso sereno, ma le mani erano intense, non come un arco teso, ma come una ballerina: un paradosso di rilassamento e di allerta. La sinistra era ricoperta da un guanto di cotone bianco. Applicando agli occhiali una lentino con la montatura rossa (che gli dava un’aria da ciclope), appoggiò l’orologio su un panno verde ed esaminò il retro. Era dentellato in sei punti lungo il perimetro. Dopo un’attenta misurazione, infilò una chiave di precisione nelle tacche e guidò l’apertura del coperchio posteriore. Come un paziente sul tavolo operatorio. Rimosse il disco antimagnetico, lo mise da parte, e con uno spillo estrasse la batteria vecchia. Con un paio di pinzette di ottone, che sembravano le zampe anteriori di un insetto aggraziato, inserì la nuova batteria nel meccanismo sensibile.

Timepiece, letteralmente ‘pezzi di tempo’, come li chiamiamo ingenuamente in inglese, raccolgono storie, di per sé e come testimoni delle nostre esperienze, angosce ed euforie, e quindi diventano ‘custodi del tempo’.

Era cambogiano. Lo immaginavo in tempi duri, da giovane. Nei campi, a combattere una guerra che non voleva. C’era un villaggio in fiamme. Il suo sguardo era duro, la fronte aggrottata, l’anima sul punto di essere distrutta. Tante persone erano già morte e ogni giorno ne morivano altre. Ma aveva il dono della concentrazione, quest’uomo, e la capacità di mettere ordine nel caos. Era diventato un esperto sminatore. Le motivazioni erano ormai confuse, ma nulla valeva tanta sofferenza. Meglio disinnescare bombe che costruirle. Così ogni giorno teneva la propria vita in mano. Il suo battito era rallentato, si abituò a essere l’occhio del silenzio nella tempesta, l’unico in grado di restare calmo quando nessun altro ci riusciva. Ogni giorno pensava: una mossa sbagliata e il tempo si ferma per sempre. Così evitava le mosse sbagliate. Il tempo passava come l’acqua attraverso una briglia e, mentre gli anni scorrevano, la guerra finì, come tutte, a un certo punto. Il giovane diventò vecchio. La pace lo pervadeva, rendendolo raggiante.

C’est fini, disse, riportandomi alla realtà. Appena premette la corona, la lancetta dei secondi iniziò a muoversi. Mi restituì l’orologio con entrambe le mani, come un’offerta, quest’uomo del tutto privo di affettazione. Non ricordo quanto costò la sostituzione, era una cosa da nulla, ma avrei voluto ricoprire quel maestro di doni. Eppure fui chiamato, prima di quanto mi aspettassi, a offrire qualcosa di mio. Mentre uscivo da quella fantasticheria, mentre percorrevo rue de la Convention e passavo davanti alla fermata dell’autobus a un isolato di distanza dal negozio, con il tempo che ticchettava di nuovo al mio polso sinistro, un’anziana signora mi fece cenno di fermarmi. Sapevo quando sarebbe arrivato l’autobus 62 per Porte de France? Le risposi che non ne avevo idea. Be’ mi disse, legga l’orario. Il mio francese è scarso, risposi. Sono quasi cieca, disse, ci provi, vous devez essayer. Così lessi l’orario, che non era per niente difficile. Le dissi che l’autobus sarebbe arrivato in sette minuti, più o meno. Mi ringraziò, ma so che in realtà stava dicendo: bisogna provare, sempre.

Questi timepiece, letteralmente“pezzi di tempo”, come li chiamiamo ingenuamente in inglese, raccolgono storie, di per sé e come testimoni delle nostre esperienze, angosce ed euforie, e quindi diventano “custodi del tempo”. Tre settimane fa, dopo un trasloco, ho fatto un giro nel mio nuovo quartiere. Sembrava giunto il momento di sostituire di nuovo la batteria del Secondo Orologio. L’ho lasciato all’orologiaio armeno della zona, e quando sono tornato il giorno dopo, ha scosso la testa con tristezza dicendo che non si trattava della batteria, ma di un problema meccanico. Il pezzo andava sostituito. Quanto costerà? Parecchio, più della metà di quel che mi era costato a Oslo otto anni prima. Ci ho pensato un attimo. Poi mi sono ricordato che anche il cinturino di pelle marrone del Terzo Orologio era rovinato e andava sostituito. Ho preso una decisione su due piedi: si poteva smontare il cinturino blu marino del Secondo Orologio e metterlo sul Terzo Orologio? L’armeno li aveva esaminati entrambi, per controllare se erano compatibili. Poi disse che si poteva fare, di tornare il giorno seguente. Non so perché ci sia voluto così tanto tempo, né perché sia costato tanto (molto più dell’orologiaio cambogiano). Ma quando si tratta di lavori artigianali mi sta bene tutto.

Al polso avevo la Nave di Teseo: tutto era cambiato tranne l’essenza – una batteria, un orologio, un cinturino, una mezza dozzina di città. Il quadrante bianco sporco del regalo di David, con la pelle scura del “nuovo” cinturino, che si era ammorbidito con l’uso: l’effetto era splendido e discreto insieme. Ci si commuove di fronte alle realtà più semplici. Ma cos’era questa combinazione? Ero arrivato al Quarto Orologio? No. Era questo il mio desiderio, il Primo Orologio, assemblato con pazienza, preciso ma non pianificato, diverso da come l’avevo pensato all’inizio, tradotto dopo quattro decenni in qualcosa di tangibile.

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