Mariangela Gualtieri
Meditazione
Entro in questa parola dalla porta orientale, dall’India, ben conscia del
poco che so e di come quel poco mi abbia trasformata.
Entro in quella figura tipica della meditante seduta a gambe incrociate
e ferma, schiena diritta, occhi semichiusi e mani poggiate una
sull’altra. In questa parte di mondo la pubblicità se ne è appropriata
spesso, sempre con qualche giovane donna di buon ceto, con alla fine
un prodotto da promuovere, perché già quell’immagine, anche
banalizzata, promette qualcosa di cui l’occidente intuisce la potenza.
Una figura che quando vedo composta da altri, qui, mi pare sempre
fuori luogo, quasi la recita di una commedia che non può essere
nostra. Eppure la mia gratitudine per questa pratica è enorme, così
come il bene che ho ricevuto e ancora ricevo.
Ciò che continua a tenermi vicina alle metafisiche orientali è la gioia
che provo nel frequentare certi testi, dai Veda alla Bhagavadgita, da
Coomaraswamy a Charles Malamoud, da Nisargadatta a Heinrich
Zimmer, ad altri in una insalata conoscitiva che farebbe ridere i miei
stessi maestri e in un ardore per il quale forse mi assolverebbero. Da
cosa derivi questa gioia sarebbe lungo da descrivere, ma ha sempre il
sapore del ritorno ed è buon cibo per una parte di me denutrita,
rinsecchita.
Mi consola Ceronetti quando racconta che per un anno s’era tenuto la
Bhagavad-gita in tasca e sostenuto da quella, riusciva a farsi curare i
denti senza anestesia. Ma per non cadere nella figura del “pulitino
Siddharta”, in quello stereotipo che spesso mi sembra disonesto, o
forse solo inconsapevole, o mosso da una abominevole ambizione
spirituale, mi tengo vicino Giorgio Manganelli, il suo Esperimento
con l’India. È un libro sommamente risvegliante che può tenerci in un
giusto ridevole compromesso fra l’occidentale incurabile che siamo e
le pratiche orientali che spesso spiritualizziamo in modo eccessivo e
decorativo, dimenticando che “l’anima, che per l’uomo comune è il
vertice della spiritualità, per l’uomo spirituale è quasi carne”, come
scrive Marina Cvetaeva.
Illustratrice Elisa Talentino
L’anima, che per l’uomo comune è il vertice della spiritualità, per l’uomo spirituale è quasi carne.
Meditare è una delle attività più disumane che si possano praticare.
Noi non siamo fatti per stare fermi: siamo animali animati. Lo
abbiamo scelto separandoci 410 milioni di anni fa dall’organismo
unico che ci saldava ai vegetali, a costo di strisciare dapprima come
serpi, tanto amavamo agitarci. Sarebbe come chiedere ad un albero di
mettersi a camminare, a correre addirittura. Nel nostro muoverci,
sempre più veloce, risolviamo problemi e desideri scappando,
battagliando, modificando radicalmente il mondo intorno a noi,
convinti che sia altro da noi. Non agiamo come le piante che il mondo
lo rigenerano, stanno ferme e cambiano se stesse. Noi siamo animati,
siamo teste pensanti, e preferiamo cambiare l’intorno, anche a costo di
devastarlo. Si potrebbe dire che meditare significa avvicinarsi
all’albero, cioè imparare a stare, e stando, lasciare che la quiete
modifichi noi stessi. Imparare a stare al mondo in punta di respiro, col
minimo ingombro possibile.
Dai tempi delle Upanishad, questa pratica ha caratterizzato popoli che
pensavano la conoscenza, a differenza di altri, come cambiamento di
sé e come affinamento degli apparati percettivi.
Meditare è entrare in un grande magnifico non. Questo ci chiede:
abitare il non.
Da principio è irritante, tanto ci è estranea l’immobilità. Il corpo
segnala il suo disagio con piccoli dolori crescenti, il pensiero anziché
rallentare pare attivarsi ancora di più, il tempo non passa mai. Poi, se
si compie un atto non di volontà ma di abbandono, qualcosa smette di
succedere e qualcosa invece comincia. È una fede in niente che guida
il meditante. Allora si cade in ciò che perennemente rimane nascosto e
lo si gode, pur nel velame che permane. Si accoglie un niente più
grande, un niente che viene respirato e da quel respiro, da quel soffio,
da quel niente che succede si viene lavorati in una profondità
sconosciuta che resta incompresa ma colta nella sua efficacia sulla
nostra vita. Una cerimonia che si svolge nel nostro respiro.
Profondissima quiete, sovrumani silenzi, interminati spazi in cui
annegare il pensiero. Nella contemplazione c’è un guardare a partire
dal templum, e templum era in origine qualunque punto da cui si
potesse osservare l’orizzonte, dunque un grande aperto. Si lancia lo
sguardo laggiù, in quel lontano. Ma con l’ostacolo della “siepe che di
tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” lo sguardo si
rivolta all’indentro, nell’esplorazione del proprio petto,
nell’indistruttibile dentro sé: l’infinito lo si scova dentro.
Una manovra decisiva deve essere stata al principio questa
introversione dello sguardo. Nell’evolversi della specie potrebbe avere
occupato un posto di gran rilievo, una rivoluzione. Gli antichi
rinuncianti vennero plasmati dalla meditazione e dettero vita a quel
popolo che privilegiò l’invisibile rispetto al visibile.
Credo vi siano innumerevoli modi di meditare: certo lavoro delle
mani, con tutta la gioia che il fare delle mani a volte ci regala, con
tutto il peso che toglie. O la meditazione del canto, della danza, del
nuoto, del cucinare, insomma dell’avere a che fare quietamente col
gesto e con la materia del mondo, noi stessi materia e mondo, in un
modo così armonico da diventare dimentichi del risultato e fusi col
gran moto del cosmo.
È stata l’attività parossistica della mia tiroide a portarmi alla
meditazione, più di tre decenni fa.
Questa pratica ha fino ad oggi tenuto dormiente la tigre ineliminabile,
accucciata in me da qualche parte. Scrivo questo per dare misura del
mio sollievo e del mio debito.
Mi siedo ogni giorno, fragile epigono della figura dei samnyasin: per
primi assorbivano in sé un rito che non aveva più bisogno di vittime e
fuoco perché si svolgeva nella loro mente, nel loro respiro di
rinuncianti. Mettere al centro il respiro, il picciòlo che ci tiene
attaccati alla vita e che ha un così stretto legame col pensiero: si
agisce su quello per zittire questo. Dapprima vengono a galla fatti mal
digeriti, soprattutto di cronaca del sanguinante presente. Fatti atroci
magari buttati giù in fretta, spostati più in là, cacciati sotto sotto. Ieri
ad esempio era il corpo torturato di una giovane donna: l’avevo
riposto, non avevo letto fino in fondo l’articolo che informava, non ce
l’avevo fatta. Ed eccolo, quel corpo, venire a galla. Ecco giuste
lacrime uscire dai miei occhi, per conto loro, senza che io mi addentri
in quell’immagine, in quel fatto. Un dolore limpido che accolgo, forse
un modo di celebrare quella vita massacrata: lasciare che sfiori
l’incrosto duro della mia vita. Quel duro, quel cinico che è lo stesso di
chi ha violato quel corpo. Lo stesso, al principio.
“Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta.
Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta
in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere
smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te”.
È Kafka, negli aforismi di Zürau. Eccolo lì, il mondo smascherato. Poi
tutto viene deposto: nella mia mente/cuore, si va dalla molteplicità del
presente all’unità, si va, come nei templi indù, dalle fittissime figure
dell’esterno, spesso colorate, sensuali a quell’ombra interna, “per
rinascere dal suo grembo oscuro”.
Crolla la certezza nell’onnipotenza del visibile. Qui è l’invisibile che
si abita, quell’immenso non sapere che ci costituisce. “Meraviglia
dello stare bene/ quando le formiche mentali/ non partoriscono altre
formiche/ e si sta leggeri come capre sulla rupe/ della gioia”. Questi
versi li avevo scritti anni fa, in un tempo di meditazione felice e li
recito a volte alla fine delle mie serate in pubblico, come augurio a
tutti gli astanti. Essere leggeri come capre sulla rupe della gioia.
Forse la terra stessa medita, assorta in rotazione e rivoluzione, e chissà
in quali altri giramenti cosmici. Questa palla increpata che vola,
questo corpo celeste che noi consideriamo massa inerte, non
senziente, non intelligente, non respirante, ha accolto la vita e la
sviluppa in innumerevoli genialissime forme e modi e varietà. Noi
adesso da più parti la bombardiamo, tutti addolorati – nel migliore dei
casi e neppure sempre - nel contare le perdite di un’unica specie, le
rovine delle case di un’unica specie, e diciamo la mia terra e la
spezzettiamo e la chiamiamo coi nomi delle nazioni, erigendo
muraglie e confini e bastioni, cancelli, recinti, porte, dogane, a
ribadire in infinite tautologie che è nostra, ci appartiene e la
compriamo, la vendiamo. Come dicono i nativi americani, siamo noi
ad appartenere ad essa. Mentre col tat tvam asi l’India ripete “quello
sei tu”.
Ho visto in Africa una tale bellezza, nel punto del mondo in cui pare
ci sia la visibilità massima planetare - chilometri e chilometri di spazio
e di cielo davanti agli occhi - e gli occhi sperimentavano un’ebbrezza
visiva mai provata prima, in un susseguirsi di file di colline, una dopo
l’altra, e di nuvole, in un cielo che resta aperto all’orizzonte, aperto
come un infinito spalancato.
E sotto innumerevoli strabilianti animali, uccelli in una immobilità che
pare in dialogo muto con le forze che concedono il volo.
Non so se gli uccelli magnificamente rosa che ho guardato a lungo,
non so se quel loro essere tutti girati nella stessa direzione e quasi
immobili sulla riva di un lago africano, se anche loro fossero
meditanti, in estasi o in assorta preghiera.
In quei mesi africani di meraviglia ho provato un dolore di
annientamento - le parole di Paul Celan – “In nessun luogo si chiede
di te”. La terra può fare a meno di me, dell’umano intero. Tutto è già
fatto, non serve aggiungere nulla. Forse per questo l’Europa “ha
inventato il finito”, per vincere quello sgomento che il nostro
narcisismo di specie prova davanti ad una bellezza che non ci prevede.
Malattia tutta nostra questa, mentre l’Oriente, col suo tenere insieme
tutto, orrore e splendore, col suo ripetere “quello sei tu”, qualunque sia
il quello, pare immune da questo tipo di angoscia.
Non so se il silenzio dei fiori, il loro incanto, se anche quello non sia
estatico meditativo stupore. Amelia Rosselli scrive dei fiori: “una
sorveglianza acuta li silenzia/ non stancarsi mai dei doni”. La
sorveglianza acuta potrebbe essere una giusta metafora del nostro
tema, perché al di là di quella sorta di dormiveglia vigile che si tenta
di abitare, l’attenzione plenaria è uno dei possibili risvegli indotti da
quel niente che plasma il meditante. La caratteristica prima degli dèi
indù è l’essere desti.
Molti animali sembrano assorti in pratiche meditative. Chi ha un gatto
o una gatta lo sa. I vegetali meditano. Gli alberi, per essere arrivati al
duro del tronco debbono aver amato lo stare fermi ben più dei primi
yogin, debbono avere grandi estasi meditative. I minerali sono come
Shiva che siede in cima alla montagna e resta milioni di anni in
meditazione. E l’acqua, che dire della intelligente casta umile acqua?
Gli agonizzanti meditano. Chi ha avuto la fortuna di accompagnare
una persona cara fino alla fine, sa che quando si è spento il dolore e il
soffio sta per staccarsi dal corpo, gli agonizzanti sembrano entrare in
una alta meditazione, come esperti di un silenzio a noi ignoto, arresi,
concentrati e avvolti in una solitudine serena, aumentati in una
sapienza ignota che interamente li avvolge.
Così i neonati, “gli occhi ancora rivolti all’origine, le mani che
tengono stretta l’aria”.
Entrambi sembra abitino la abhaya, la non paura, l’unica forma della
pace, altro dono che viene concesso al meditante.
Come si fa a meditare? Poiché è un atto radicale di abbandono - e allo
stesso tempo di attenzione plenaria - è bene stare in attesa. I doni più
grandi vanno attesi.
Illustratrice Elisa Talentino










